Autonomismo più che federalismo – di Lorenzo Dellai

Cari amici vi consiglio di leggere con attenzione questo articolo del presidente della provincia autonoma di Trento pubblicato oggi dalla “STAMPA” che precisa quale sia la vera differenza tra autonomia e federalismo.

LORENZO DELLAI*

Caro direttore
c’è di che ringraziare, quando le occasioni del confronto permettono di sfuggire alle contingenze quotidiane di una politica «chiacchierata» e astiosa che, giorno dopo giorno, rischia drammaticamente di allontanare sempre più i cittadini dall’amore verso la «cosa pubblica». Per questo reputo davvero importante l’occasione che la Val d’Aosta – terra d’autonomia come lo è il mio Trentino – mi ha offerto pochi giorni fa chiamandomi a un dibattito sulle nuove sfide che coinvolgono le nostre comunità. L’ho detto e lo ripeto: allo Stato che ci chiede di essere corresponsabili, di contribuire a un necessario processo di risanamento, diciamo sì. Avremo bilanci meno ricchi, ma la speranza è di avere anche un’autonomia più consolidata. E più autonomia vuol dire più responsabilità, non più privilegi.

Il processo di federalismo oggi in atto per le Regioni a statuto ordinario (che giustamente si attendono segnali concreti) non deve infatti farci dimenticare che le nostre autonomie sono cosa diversa. Il federalismo è il tentativo di «decentrare»; l’autonomia non è questo. Noi siamo autonomi perché lo Stato centrale ha intelligentemente riconosciuto che questo era ed è il vestito che più si adatta alla nostra storia. Noi siamo portatori di un percorso diverso all’interno del quale è il senso di responsabilità, prima di tutto, a prevalere.

E questa responsabilità ci porta a opporci alle banalità di chi vorrebbe ridurre tutto a un ammasso di apparati e risorse finanziarie, quando invece la globalizzazione ci chiama a confrontarci fra i luoghi e i flussi. Sì, perché le nostre autonomie sono state costruite e impostate quando il problema era avere poteri e strumenti per governare ciò che accadeva dentro i nostri territori. Si trattava di processi in gran parte prevedibili. Oggi dobbiamo misurarci con tutti i flussi culturali, oggi si è autonomi non tanto e non solo se si governa «dentro», ma se ci si rapporta con autorevolezza con l’esterno. Se ci si rapporta con problemi che erano totalmente sconosciuti ai nostri padri.

Abbiamo dei rischi davanti. Indicarli e riconoscerli è già lavorare per superarli. Penso a scelte che non considerino la responsabilità, magari in nome della sindrome che fa dire «sì», purché «non sul mio». Non ci si deve attardare in pericolosi letarghi e va compreso che la ricchezza prima va prodotta e poi distribuita, con velocità e dinamicità.

C’è il rischio di perdere la memoria storica. Non a caso abbiamo introdotto in Trentino l’insegnamento della storia locale nei programmi scolastici. Perché è essenziale che si conosca il cammino, faticoso e severo, di donne e uomini che hanno portato alla costruzione delle nostre autonomie. E ancora penso che proprio il potere delle comunità autonome vada ripartito, perché la concentrazione produce effetti distorsivi. Si deve puntare a una autonomia diffusa. In Trentino abbiamo discusso a lungo di questo: abbiamo recentemente dato vita a una esperienza nuova, le Comunità di valle, che hanno il compito di ricevere poteri e funzioni che la Provincia autonoma di Trento si è resa conto di non poter più gestire direttamente. Bisogna alimentare l’autonomia con la benzina della partecipazione. Se è vero che i partiti sono in crisi, non dobbiamo temere forme nuove di coinvolgimento dei cittadini.

Altro insidioso nemico: l’omologazione culturale. Non vi è autonomia speciale se prevale l’omologazione, perché l’autonomia non si cala dall’alto e perde legittimazione se non vive dentro la coscienza dei suoi protagonisti. Ecco il tema dei valori, dei modelli. Penso alla montagna e ai valori che sottende, penso ai processi di secolarizzazione in atto nei nostri territori, ma anche ai linguaggi, certamente necessari, della modernità. Tuttavia abbiamo un dovere in più: resistere ai processi dell’omologazione. È questo il tema dell’identità. A tutti noi occorre tanto l’identità collettiva quanto quella territoriale. Essere cittadini di una autonomia speciale richiede dei doveri in più, altro che privilegi. È la cittadinanza più esigente, quella dei cittadini che vivono nelle realtà a statuto speciale. Perché questo «vivere autonomi» ci pone dei doveri sul piano etico, comportamentale, dei principi e dei valori, del gusto di fare le cose che abbiamo il dovere di fare. Dello spirito di disponibilità verso gli altri. Dobbiamo avere il coraggio di essere esempio al resto del Paese, in particolare in un momento come questo, in questa stagione difficile. E non mi riferisco tanto alle contingenze politiche, quanto al venire meno del tessuto civile, del senso di appartenenza, di quel costume che denota democrazia matura e consapevole.

Tutto questo, senza i giovani, sarebbe vano. Non dobbiamo perdere i nostri ragazzi, non dobbiamo permettere che le loro tracce spariscano dai radar dell’autonomia. E questa è la sfida più importante, perché riguarda il futuro. Trasmettere ai ragazzi il senso e lo spirito dell’autonomia, questo dobbiamo fare. E l’autonomia non è quella cosa che sta dentro i palazzi della politica, non è un museo, non è un localismo. La sfida è trasmettere l’idea glocal, il globale più il locale. I ragazzi abitano territori a noi spesso sconosciuti, dobbiamo offrire loro la percezione che le nostre autonomie speciali sono un grande antidoto alla solitudine, un sogno collettivo, luogo della creatività e della costruzione del futuro.

*presidente della Provincia autonoma di Trento

Autonomismo più che federalismo – di Lorenzo Dellaiultima modifica: 2010-11-25T23:39:00+00:00da cyrus1979
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