NON UNO STATO ETICO MA UN ETICA DI STATO

Nino a Gibilmanna XI.jpgIn questi mesi si è scatenata una grande polemica sul testamento biologico e sul testo approvato al Senato, ponendo così il tema su quello che esso comporta e sulla presunta possibilità di trasformare la Repubblica in uno stato etico.

Bene, temi come questo, non possono essere esauriti in poche righe quindi non porrò l’accento sul testo del Senato ma sul concetto che né è venuto fuori di Stato Etico tanto vituperato.

Si definisce Stato Etico quella forma istituzionale, teorizzata ad es. dai filosofi Hobbes e Hegel, in cui è l’istituzione statuale stessa a essere il fine ultimo cui devono tendere le azioni dei singoli individui, nonché la realizzazione concreta del bene universale. Quindi lo Stato stesso diventa l’ultimo approdo e non mezzo per il superamento di se stessi. Solo attraverso l’integrazione più totale in esso l’uomo raggiunge la propria realizzazione. In sintesi lo Stato diventa l’unico ente che decide per la persona cosa è buono e cosa è cattivo. Questa concezione senz’altro reprime alcune libertà dell’individuo e accompagna l’uomo come se fosse esso stesso incapace di gestire la propria vita secondo giustizia e responsabilità.

Detto ciò però voglio precisare che oggi la nostra società è assolutamente incapace di qualsiasi etica sia pubblica che privata, oggi l’unico valore che si riconosce come comune a tutti è quello che si può depositare in banca e che luccica di giallo.

Ma il ragionamento si potrebbe quasi chiudere qui, ma voglio approfondirlo per non trascurare nessun particolare interessante. E allora partiamo da cosa vuol dire Etica: (il termine deriva dal greco ηθος, “èthos”, ossia “condotta“, “carattere“, “consuetudine”) è quella branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

L’etica può anche essere definita come la ricerca di uno o più criteri che consentano all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri. Essa pretende inoltre una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto, non riducibile a slanci solidaristici o amorevoli di tipo irrazionale. In questo senso essa pone una cornice di riferimento, dei canoni e dei confini entro cui la libertà umana si può estendere ed esprimere.

Ed Aristotele indica, in maniera pregevole (meno male che Aristotele cè), lo scopo dell’etica che è la realizzazione di ciò che “è il bene per il singolo individuo”.Tuttavia il bene supremo è alla portata dell’uomo con il conseguimento della eudaimonia, la felicità, che si può conseguire solo quando questa è autosufficiente, nel senso che la felicità ad esempio non può essere la ricchezza poiché questa è un mezzo da utilizzare per altri fini.

Per Aristotele la felicità deve essere qualcosa di desiderabile per se stessa, e questa è solo «l’opera (o attività) propria dell’uomo» cioè l’esercizio di quella facoltà che caratterizza l’uomo, l’attività razionale, un agire pratico secondo la ragione che però arrecherà felicità solo se compiuto in modo eccellente. Per l’uomo quindi la felicità sarà l’esercizio eccellente di opere conoscitive e pratiche della ragione.

L’etica non è scienza dell’essere, ma scienza del divenire. Aristotele, dunque si propone la fondazione dell’etica come sapere pratico autonomo, e perciò deve, quindi, formare l’uomo nel suo scoprire il modo di agire per raggiungere il bene.

Infine per Aristotele ci sono tre tipi di bene:

· il bene in sé, vale a dire l’eudaimonia

· il bene per altro, ossia un effetto desiderato in funzione di un altro fine, per cui questo bene risulta essere un mezzo più che un vero e proprio fine.

· il bene universale, dei molti, dei cittadini della polis che vale più del singolo bene per cui la politica viene a coincidere con la ricerca del bene di tutti.

Adesso è chiaro il vero punto di approdo del ragionamento precedente: coniugare la libertà individuale con il bene comune, senza lasciare indietro la responsabilità verso la propria comunità di appartenenza.

  Per far ciò si deve tener presente la necessità di avere uno Stato forte che non dimentichi i più deboli, gli indifesi, i più piccoli, gli anziani, i meno attrezzati culturalmente, coloro che per condizione o afflizione non possono difendersi, coloro che sono colpiti da patologie invalidanti, tutti coloro che hanno gravi disabilità e in una parola tutti coloro che purtroppo, sono relegati ad una condizione di vita diversa e difficile, ma pur sempre Vivi.

Non accetto, e non ho mai accettato che lo Stato o qualsiasi altra istituzione, possa pensare di non intervenire a tutela della Vita, anche se in condizione difficile, per evitare a qualcuno il dovere della solidarietà e della condivisione della sofferenza.

Nessuno cerca di costruire o meglio di imporre la costituzione di uno Stato Etico, ma certamente lo Stato, che altro non è che la forma istituzionale che il nostro Popolo si è dato, non può non perseguire il bene comune in nome di un laicismo militante, il quale con la scusa dello Stato Etico, vuole imporre a tutti la sua idea di “bene”, in cui i più deboli e gli indifesi siano facilmente scaricati senza nessuna considerazione, in virtù del diritto, alla non meglio, precisata condizione di “liberarto dal dolore”.

Credo che sia necessario, di contro, un impegno per una Rivoluzione Etica, nella quale sia la persona al centro del dibattito, con tutte le sue sfumature e condizioni, e dove fosse necessario che imponga alle coscienze di intervenire quando la presunta libertà diventa arbitrio.

Una Rivoluzione Etica, che tracci il limen(il confine) invalicabile della responsabilità delle istituzioni, sia politiche che sociali, e il primato dei valori della persona su quelli dell’economia e del profitto, in cui l’unico obbiettivo dell’uomo sia la felicità aristotelica di cui ho parlato prima, che pervada lo Stato fin nei suoi meandri più reconditi, un sentire comune che faccia sì, che ogni cittadino o funzionario pubblico si senta ad un tempo, orgoglioso di essere parte di un organismo comunitario, e fruitore dello stesso, e in cui coloro che guidano lo stesso siano preoccupati delle responsabilità assunte più che dei privilegi acquisiti.

In poche parole efficaci vogliamo, Libertà, Responsabilità ed Autorità, per costruire non uno Stato Etico ma un Etica di Sato.

 

Nino Sala

NON UNO STATO ETICO MA UN ETICA DI STATOultima modifica: 2009-05-20T18:39:00+00:00da cyrus1979
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento